Mercoledì 22 Nov 2017

Racconto di Gaston Vuillier

Racconto di Gaston Vuillier, viaggiatore francese dell’800


Il vento ha smesso di soffiare; ogni segno nel cielo sembra di buon auspicio: l’ovest, da dove nei giorni scorsi arrivavano nuvoloni minacciosi, è di un blu pallido, delicato, trasparente. Ecco la giornata ideale per visitare Osilo. E’ uno dei villaggi più interessanti della Sardegna, la cui popolazione oltrepassa i cinquemila abitanti. Situato su un’alta montagna, si trova al riparo dalle febbri paludose, ma in compenso il sole lo brucia, la pioggia lo flagella e le folgori, nei giorni di tempesta, si accumulano sulla sua cima.
“Caro signor Mariani, venite con me?”, gridai precipitandomi dentro casa.
“Con piacere”, mi rispose. E chiamò subito il vecchio cocchiere del posto.
Ci incamminammo per una strada montuosa attraverso la foresta di olivi che forma un ampio e misterioso recinto attorno a Sassari.
Gli uccelli, al cospetto del sole dopo tante tempeste, sembrano credere al ritorno della primavera; schiamazzano volando da una parte all’altra, si inseguono sino ad arrivarci vicini e, ogni tanto, mi accorgo di qualche tordo vorace che furtivamente pilucca le olive.
Sulla strada si fanno dei begli incontri. C’è un prete a cavallo, il breviario in mano, il fucile di traverso sull’arcione della sella, la perpetua in groppa, poi un nugolo di foschi cavalieri con i cappucci neri che passano e scompaiono immediatamente dentro una nuvola di polvere. Infine, sfiorati dai rami più sottili, fa bella mostra di sé una coppia di fidanzati che cavalca dolcemente ai bordi della strada, sulla stessa cavalcatura.


Camminiamo chiacchierando sottovoce. Lei si stringe al braccio dell’amico per meglio tenersi in sella, scoprendo in quel modo il suo corsetto intessuto d’oro e solleva graziosamente la testa per essere più vicina all’orecchio di lui. Lui si piega un po’, si gira per metà, piega la testa sulla spalla e sorride, mentre il bravo animale che li conduce se ne va a caso, bighellonando, brucando qualche ciuffo d’erba che sbuca dal muro, annusando il suolo, scuotendo la criniera, indugiando mell’intrico del fogliame come per nascondere per un istante gli innamorati.
E il sole splende sempre più in alto nel cielo ancora più azzurro, i suoi raggi mandano barbaglii accecanti sulla strada bianca e brillano tra le foglie lucenti degli olivi. I fiori mostrano timidamente le loro corolle umide sulla scarpata, le margherite si illuminano una dopo l’altra ingemmando la fine rugiada che bagna la terra.
Le dolci visioni svaniscono insieme al bosco ombroso. Lasciato il terreno calcareo, arriviamo su una piattaforma vulcanica. Solo un grande pino solitario si nota nella desolazione del paesaggio. Di fronte a noi, sulla sommità della montagna, dominata dalle tetre torri di un castello in rovina, Osilo scintilla al sole. La montagna è aspra, nuda; dei torrenti rigano i suoi fianchi di solchi azzurrini.
Ora scendiamo. La strada capricciosamente serpeggia a zig-zag fra i pascoli. Mandrie di grandi dimensioni pascolano silenziose da ogni parte. L’orizzonte è bordato di colline merlate di rocce simili a fortezze, piccole valli si celano per metà, boschi ingialliti si agitano al vento, addormentati sino al prossimo aprile. Nei pressi della strada dirupa un arido burrone bordato di pareti rocciose nel quale si aprono delle fessure; sono grotte che furono frequentate e abitate da un popolo primitivo.
Rasentiamo una cantoniera, dove i viandanti sono soliti rifocillarsi; è provvista di una scuderia e di una sala nella quale i viaggiatori, sorpresi dal cattivo tempo, possono trascorrere la notte distesi sul pavimento. Nonostante la mancanza delle più elementari comodità, questi ricoveri sono preziosi e le strade della Sardegna ne sono provviste a distanze stabilite.
Lasciamo presto il fondo valle e cominciamo la salita del monte di Osilo. Per trovare un diversivo alla monotonia della strada, il signor Mariani ci offre la colazione di cui è provvisto, uomo previdente qual è, e così mangiamo. L’aria è diventata fresca, ci avviciniamo alla cima. Mi accorgo solo adesso dei gruppi di lavandaie che sembrano sbocciate all’improvviso. E’ veramente uno spettacolo radioso vedere questi nugoli di ragazze sorridenti, sparse a gruppi lungo i fianchi della montagna, sotto gli alberi, alla luce accecante del sole, splendenti sotto il blu del cielo, davanti all’immensità del mare che sembra scomparire nella linea dell’orizzonte.
I corsetti dorati scintillano, le gonne rosso fiamma sono abbaglianti; sotto il fazzoletto bianco che ricopre il capo, i visi hanno una freschezza e uno splendore sorprendenti. Ed è strano assistere a queste scene così luminose stando su un pendio vulcanico dall’aspetto tetro, dalle linee severe. Ogni piega del terreno, dove scorre qualche ruscelleto o filtra un po’ d’acqua raccolta a fatica nei bacini, è occupata dalle belle lavandaie. Le piogge continue non consentono da molto tempo lo svolgimento di simili occupazioni, e tutto questo mondo affascinante approfitta della ricomparsa del sole.
Lasciamo la carrozza all’ingresso del villaggio e ci inoltriamo ben presto in un dedalo di viuzze…

 

(il racconto prosegue)


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